Tuttoscuola: Il Cantiere della didattica

Inclusione: il coraggio di cambiare paradigma

La legge 107/2015 annuncia l’intenzione di rivedere profondamente la materia riguardante il sostegno. Ci sono molte ragioni che spingono a cambiare.

Un modello che ha fatto il suo tempo

In questi ultimi decenni il concetto di integrazione scolastica si è andato facendo sempre più stretto. Era stato elaborato in funzione dell’inserimento degli alunni con disabilità, ma si difendeva dalla loro presenza attraverso un trattamento separato, speciale, in contrapposizione alla didattica normale, quella riservata ai più.

È in questo quadro che si colloca la nascita dell’insegnante di sostegno. Questo modello ha fatto il suo tempo.

La delega all’insegnante di sostegno è diffusa, praticata senza che ci siano vere azioni di contrasto. Ci sono genitori che si ritengono fortunati per il solo fatto di vedere che i loro figli ricevono quanto è nel loro diritto.

Dal paradigma dell’integrazione al paradigma dell’inclusione

Tuttavia il paradigma dell’integrazione oggi non sembra più adeguato.

Nella logica dell’integrazione l’impegno richiesto è troppo focalizzato su ciò che è patologia, su ciò che non funziona.

Da tempo  l’Organizzazione Mondiale della Sanità invita le istituzioni ad occuparsi in termini mirati non solo degli alunni con disabilità, ma di tutti gli alunni che si trovano, per una serie svariata e differenziata di motivi,  con delle fragilità che rendono più difficile il loro percorso di apprendimento e di sviluppo personale.

Si tratta dell’imponente esercito delle persone con Bisogni Educativi Speciali, che (BES), comprendendo anche gli alunni che presentano disturbi nell’ apprendimento (DSA), o che sono penalizzati a causa di un contesto di vita molto difficile.

Gli insegnanti incontrano molte difficoltà nella gestione di classi tanto eterogenee.

Si tratta di transitare dalla didattica speciale, riservata agli studenti con disabilità, ad una speciale qualità della didattica per tutti, una didattica capace di essere individualizzata, personalizzante, diversificata, flessibile, una didattica che sia, in una parola, inclusiva. Il paradigma dell’inclusione supera quello dell’integrazione, perché lo comprende ma non vi si identifica.

Migliorare, abolire, moltiplicare gli insegnanti di sostegno?

Il passaggio dalla logica dell’integrazione alla logica dell’inclusione scolastica non può avvenire estendendo all’area dei BES lo stesso dispositivo adottato per l’assegnazione degli insegnanti di sostegno, che si fonda sul binomio: certificazione/assegnazione dell’insegnante specializzato. E’ un dispositivo ormai arrugginito, che non funziona più.[1] Mentre i manuali utilizzati per la formulazione delle diagnosi sono tutti focalizzati sulla ricognizione delle patologie, da tempo l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’utilizzo di strumenti diagnostici  centrati sulla persona e sul suo rapporto con il contesto ambientale (sociale, culturale, spaziale). Con questa filosofia è stato messo a punto, e viene continuamente migliorato, l’International ClassificationFunctioning (ICF), manuale diagnostico che considera la persona umana nella sua integralità bio-psico-sociale.

Il dibattito che riguarda gli insegnanti di sostegno è molto vivace. Individuo tre posizioni, una che definirei migliorista, una radicale e una terza, strisciante e meno identificabile, che chiamerei della dis-integrazione.

I miglioristi ritengono che sarebbe sufficiente intervenire con una serie di azioni mirate, nel rispetto del quadro esistente. La strada degli interventi mirati potrebbe arrecare qualche beneficio, ma si rimane nel vecchio schema dell’integrazione.

Ben diversa è la posizione radicale. La mossa decisiva consiste nell’abolizione della figura dell’insegnante di sostegno, portando così alle estreme conseguenze l’idea forte della responsabilità collegiale. Questo passaggio verrebbe facilitato da tre principali misure: garantirea tutti i docenti una buona formazione nel campo della pedagogia e didattica speciale; riportare gli attuali insegnanti di sostegno alla loro originaria natura di insegnanti curricolari; assicurare un limitato contingente di insegnanti altamente specializzati nelle pratiche didattiche dell’integrazione.

Ho chiamato della dis-integrazione il terzo modello ipotizzato. Va detto che non esiste, in questo caso, né una teorizzazione formalizzata, né dei sostenitori espliciti, si tratta piuttosto di un pensiero sotterraneo, strisciante, ma rintracciabile. Servirebbero opportuni adattamenti, ma come non pensare vantaggioso un modello che preveda insegnanti specializzati per i disturbi specifici di apprendimento, insegnanti specializzati per operare con gli alunni che presentano severe penalizzazioni sociali, insegnati specializzati per operare con gli studenti stranieri?

Questo terzo modello probabilmente non si potrà tradurre in realtà perché eccessivamente costoso, moltiplicatore della spesa in termini oggi non sostenibili.

Dall’insegnante specializzato nel sostegno all’insegnante specializzato in inclusione

La scuola è inclusiva quando sa accogliere e accompagnare nello sviluppo delle loro competenze, tutti gli alunni, senza eccezione alcuna. Lo stesso concetto di ‘Bisogni Educativi Speciali’ appare insoddisfacente.

Le innovazioni da introdurre si possono così sintetizzare:

1. Abolire gli effetti scolastici della certificazione delle disabilità;
2. Consolidare l’organico degli insegnanti di sostegno
3. Trasformare il profilo dell’insegnante, da specializzato nel sostegno a insegnante specializzato in inclusione,
4. Istituire e formare in maniera adeguata (master dopo l’abilitazione) un contingente limitato di insegnanti specializzati nelle disabilità importanti (ad esempio, il 20% dell’organicoprevisto per l’inclusione).
5. Assicurare un adeguata formazione iniziale e in servizio in materia di inclusione a tutti i docenti
6. Trasformare gli attuali centri territoriali (CTS) in centri per l’inclusione

[1] Nel 2011 una interessante e molto documentata ricerca. Promossa dalla Associazione Treelle, dallaCaritas Italiana e dalla Fondazione Agnelli, ha messo in luce i numerosi limiti delle modalità di assegnazione dell’insegnante di sostegno attualmente utilizzate, contribuendo all’avvio di un robusto filone di revisione critica (cfr:Associazione Treelle, Caritas Italiana, Fondazione Giovanni Agnelli, Gli alunni con disabilità nella scuola italiana. Bilancio e Proposte, Erickson, Trento, 2011).

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